UN MILIONE DI VOTI



di Gabriel Solano
(traduzione Piergiovanni Bellumori, PCL Capalbio)

Il Frente de Izquierda de los Trabajadores ha ottenuto la scorsa domenica più di 900.000 voti. Siamo cresciuti un 100 % se si fa un paragone con il voto del 2011 e un 50 % in relazione alle generali di ottobre dello stesso anno.
Al fianco di questi numeri esalta l'omogeneità nazionale di questi risultati, che contrasta con la dispersione di due anni fa, quando solo superavamo lo sbarramento in un terzo del territorio. Questa volta ci siamo riusciti nella sua totalità. C'è stata una trazione del voto del FIT a partire dall'avvio del 2011 e da una campagna a livello nazionale. Abbiamo esposto non solo le rivendicazioni che premevano urgentemente alle masse ma abbiamo accuratamente dato una spiegazione della nostra strategia politica. Abbiamo messo il Frente de Izquierda al centro della disputa per il potere su una base classista e di lotta di classe.
Il FIT riceve il grande risultato elettorale, Guillermo Kane, Myriam Bregman, Juan Carlos Giordano, Juliana García, José Castillo, Marcelo Ramal, Jorge Altamira, Néstor Pitrola, Christian Castillo, Claudio Dellecarbonara e Gabriel Solano alla conferenza  stampa di domenica notte.

Con Salta in testa (nella capitale il 18% e nell'interno provinciale l'11%) a Jujuy e nella zona petrolifera di Santa Cruz (quasi il 10%). Ci sono stati salti notevoli (il 5% a Formosa, il 7,5% a Mendoza, il 6% nel Rio Negro e l'8% a Neuquen capitale – dove quattro settimane fa avevamo ottenuto più del 5% alle elezioni locali). Abbiamo ottenuto a Cordoba la possibilità di avere una deputata nazionale. A Buenos Aires dove le domande hanno minimizzato il nostro voto abbiamo i voti sufficienti per un deputato nazionale e potremmo averne un altro, possiamo entrare nella legislatura provinciale e in vari consigli deliberanti. Aggiungiamo a tutto questo che nella città di Buenos Aires abbiamo dovuto affrontare numerose forze di sinistra (secondarie) che abbiamo sconfitto.

Il significato
Il grande risultato ottenuto in tutto il paese è la congiunzione di due questioni, ma soprattutto è una manifestazione della bancarotta capitalista, dello sfinimento del tardivo nazionalismo borghese e più che altro della comprensione di questa situazione storica da parte nostra e dell'immenso lavoro di delimitazione col kirchnerismo che ha preteso di inaugurare una nuova epoca (l'Argentina kirchnerista), sul piano delle idee e della lotta di classe.
Il FIT non fa progressi per il fatto che unisce più forze ma per la chiarezza politica che ha il suo sviluppo e per il metodo con il quale affrontiamo le sue contraddizioni. E' un fronte unico in condizioni concrete ed allo stesso tempo un segnale nella politica della rivoluzione socialista. Al di sopra del “frontismo” inteso come un modo volgare o opportunista, segnaliamo gli obiettivi strategici che guidano il nostro lavoro nel FIT.
Il Frente de Izquierda si sviluppa nel bel mezzo di un nuovo collasso politico e la minaccia di un nuovo default, cioè di una transizione politica che torna a mettere nella agenda il destino della società capitalista, ma questa volta con una forza rivoluzionaria in ascesa.
La costruzione del Frente non risponde da parte nostra a una questione di “pratica”, bensì a un attento lavoro di preparazione della classe operaia per far si che si assuma i suoi compiti storici.
Ci troviamo nella voragine che sta scuotendo la maggior parte dei popoli e ci poniamo la questione sulla direzione di questa voragine. Davanti alle grandi crisi che si avvicinano, la fisionomia che abbiamo dato alla sinistra raggiunge un’ importanza strategica.

La coscienza della classe operaia
Il risultato elettorale ci permette di fare altre conclusioni: l'importanza di un lavoro sistematico di agitazione e propaganda politica socialiste. Mentre nel passato le elezioni erano un fattore di integrazione della sinistra al regime, adesso le utilizziamo come un fattore di sviluppo della coscienza di classe del proletariato e della popolazione sfruttata. Dalla tribuna del 1° di maggio passato segnalammo che “siamo per la coscienza della nostra classe operaia”.
Siamo per una uscita dalla crisi e una direzione che vada verso le aspirazioni popolari. Cosi abbiamo creato una compagnia molto creativa nel settore audiovisuale: mentre i partiti della borghesia erano rimpiazzati dalle imprese di pubblicità, i partiti del Frente de Izquierda con scarsità di mezzi hanno potuto fare una propaganda più efficace dei nostri antagonisti politici e sociali.

Quello che verrà
Molti kirkhenisti hanno l'illusione che la sconfitta da loro avuta sia episodica, come interpretarono equivocatamente quella del 2009, il declino della Kirkhner inizia con la crisi del 2008, il suo recupero è stato invece episodico.
La seconda fase della campagna elettorale esaminerà il tema della crisi in maniera acuta ed anche la grande questione: se la pagano i lavoratori o i capitalisti. Il FIT dedicherà la sua campagna a spiegare la grandezza della crisi  e la necessità di mobilitazioni e l'azione diretta per far sì che sia pagata dai capitalisti, tramite un cambio di potere. La nostra lotta per avere deputati di sinistra nel Congresso Nazionale e nelle legislature provinciali sarà unita a questo punto centrale.

L'ANTIFASCISMO NON SI PROCESSA, NE' IN GRECIA NE' IN ITALIA


SOLIDARIETA' A SAVAS MATSAS - CHIUDERE I COVI FASCISTI IN TUTTA EUROPA 

Martedì 3 settembre un tribunale greco porterà in giudizio, ad Atene, Savas Matsas, dirigente dell’ EEK (Partito Operaio Rivoluzionario) . Questo compagno è accusato, per un suo articolo sul giornale dell’EEK “Nuova Prospettiva”, pubblicato nel 2009, di “diffamazione”. E’ anche accusato di “istigazione alla violenza e alla discordia” e “alterazione dell’ordine pubblico”.
A denunciarlo è stato “Alba dorata”, una organizzazione nazista oramai tristemente conosciuta in tutta Europa, che organizza direttamente ronde nei quartieri e attacchi xenofobi contro i migranti.
I fascisti cercano di presentarsi come innocenti e pacifici cittadini, usando lo Stato borghese e le sue istituzioni per organizzare una offensiva politica contro l’opposizione operaia e democratica. Con questo pretendono di tappare la bocca alla stampa di sinistra. Insieme a Savas Matsas, lo stesso giorno sarà giudicato anche l’ex rettore dell’università di Atene Costantino Moutzouris, accusato di aver permesso il funzionamento del sito web alternativo Indymedia-Atene.
Anche in Italia le aule dei tribunali sono piene di processi contro gli antifascisti, basti pensare solo alla città di Firenze dove ci sono decine di compagni sotto processo. I fascisti invece continuano a godere di impunità giudiziaria e appoggio istituzionale e proliferano organizzazioni apertamente neofasciste come Casapound e Forza Nuova.
Non è un caso che in un periodo di crisi come quello che stiamo vivendo la borghesia ricorra alla feccia fascista per intimorire la resistenza dei lavoratori, da sempre i fascisti sono stati il cane da guardia del grande capitale. 
Noi pensiamo che in Grecia come in Italia l'antifascismo non si processi, non saranno certo i tribunali della borghesia a fermare le lotte dei giovani, dei lavoratori, dei migranti, che in tutta Europa si stanno ribellando all'avanzare della crisi capitalista.

LUNEDI 2 SETTEMBRE ORE 18:30

PRESIDIO DAVANTI AL CONSOLATO GRECO
VIA CAVOUR 38 FIRENZE

PRESIDIO DAVANTI AL CONSOLATO ONORARIO GRECO
PIAZZA ATTIAS,13 LIVORNO

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - TOSCANA

per adesioni
PRESIDIO FIRENZE: pclfirenze@yahoo.it 
PRESIDIO LIVORNO: pcllivorno@gmail.com

SOLIDARIETA’ AI NO TAV – BASTA REPRESSIONE

Dopo le violente cariche alla passeggiata No Tav e le molestie sessuali subite da una militante No Tav da un gruppo di poliziotti di venerdi 20 luglio si è aperta, come da manuale, l’ennesima caccia alle streghe contro il movimento. Decine di perquisizioni hanno colpito attivisti e militanti No Tav, sia in Val di Susa che a Torino. Si è arrivati a prospettare addirittura l’accusa di terrorismo contro compagni e compagne che ormai da anni sono in prima fila in questa lotta. La stampa borghese, compatta come non mai, fa da gran cassa alle operazioni repressive continuando a gettare fango contro un movimento popolare che resiste da 20 anni a repressione, manganellate, menzogne, ecc. In prima fila si distingue come sempre la stampa filo PD ed in particolare Repubblica che ormai identifica la lotta No Tav come la possibile palestra di una probabile esplosione sociale nel nostro paese.
Noi invece vogliamo ribaltare il discorso che ci viene propinato ormai da anni su questa sacrosanta battaglia. Violento non è chi si oppone, anche con la forza quando necessario, ad un progetto folle dal punto di vista economico e devastante dal punto di vista ambientale, il violento è invece chi cerca con ogni mezzo necessario di far passare questo progetto (nonostante la contrarietà della stragrande maggioranza della popolazione della valle). Violento è chi usa le forze repressive (polizia e carabinieri) per reprimere manifestazioni, per intimidire i militanti con le denunce, con i processi, chi usa la stampa compiacente per far passare una visione dei fatti completamente distorta e spesso e volentieri totalmente falsa. Violento è chi usa il proprio potere economico per stravolgere la verità, violento è chi distrugge l’ambiente per portare a termine l’affare del secolo, violento è chi non rispetta il volere della popolazione della valle. In poche parole violento e terrorista è lo stato italiano, che pur di portare a termine una opera (definita da più parti la torta del secolo per i politici) è pronto a scatenare la guerra contro una popolazione intera e in particolare contro la sua avanguardia organizzata.
Il Partito Comunista dei Lavoratori è al fianco del movimento No Tav ed in particolare dei compagni e delle compagne che sono stati vittima in questi giorni della “giustizia borghese”, non possiamo altro che far nostre le parole d’ordine del movimento No Tav: INSIEME SI PARTE INSIEME SI TORNA
 
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI TOSCANA

CONTRO LA PRIVATIZZAZIONE DEI BENI COMUNI. FIRENZE NON SI AFFITTA

Con questa seconda iniziativa, nella prima abbiamo affisso uno striscione sul Ponte Vecchio, vogliamo denunciare come l'amministrazione comunale fiorentina, guidata dal sindaco che la destra ci invidia, svende e affitta pezzi della nostra città per finanziare i tagli ai servizi pubblici. Tra il 18 e il 20 aprile piazza Ognissanti è stata affittata alla miliardaria indiana Aradhana Lohia per celebrare il proprio matrimonio. La piazza è stata occupata da un immenso gazebo dove gli invitati al matrimonio, circa 500, potevano fare colazione alla mattina. Un matrimonio costato oltre 10 milioni di euro. Solo questo, in un periodo di grave crisi economica con milioni di persone che hanno perso il lavoro, dovrebbe far gridare allo scandalo. Non solo nessuno del Partito Democratico si è indignato per tale scempio ma addirittura è stato concesso uno spazio pubblico, una delle piazze storiche di Firenze, ad uso privato. La giustificazione è stata la stessa usata quando pochi giorni fa è stato affittato il Ponte Vecchio ai clienti della Ferrari, il comune non ha soldi e pertanto si racimolano anche in questa maniera.
I comuni non hanno più soldi a causa dei continui tagli che sono stati effettuati dai governi di centrodestra e di centrosinistra agli enti locali. Non è con le privatizzazioni, con la svendita del patrimonio pubblico, con i tagli allo stato sociale che si trovano i soldi che oggi mancano dalle casse pubbliche. 

Contro la logica del profitto, contro la privatizzazione dei beni pubblici, riappropriamoci di ciò che è nostro:

RENZI VATTENE

GIOVEDI 18 LUGLIO ORE 18:30
PIAZZA OGNISSANTI FIRENZE

PRESIDIO-MANIFESTAZIONE

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI - FIRENZE

RENZI VATTENE

Oggi pomeriggio un gruppo di militanti del Partito Comunista dei Lavoratori ha esposto uno striscione sul ponte Vecchio di Firenze per denunciare la svendita del patrimonio culturale della città fatta da Matteo Renzi.
Sullo striscione esposto c'era scritto "Firenze non si affitta" in relazione alla nota vicenda della chiusura del ponte per la cena della Ferrari.
Con questa prima azione vogliamo lanciare una campagna di massa contro l'amministrazione comunale fiorentina guidata dal sindaco che la destra ci invidia, una campagna che sia in grado di denunciare tutte le nefandezze di questa giunta (svendita della città, sgomberi dei senza casa, squadracce dei vigili, attacchi continui ai diritti dei lavoratori comuniali, ecc) e costruire un fronte di lotta che coinvolga i lavoratori comunali, i senza casa, gli sfrattati, i migranti. Un fronte che abbia come obiettivo comune la cacciata di questa amministrazione. Matteo Renzi non è solo un nemico dei fiorentini ma è un simbolo nazionale di ultraliberismo e di bigottismo cattolico, un modello per i poteri forti di questo paese ed un alleato del grande capitale. A maggior ragione questa campagna dovrà avere un carattere nazionale.

RENZI VATTENE IL VERO DEGRADO SEI TE

Partito Comunista dei Lavoratori Firenze

IL GOVERNO DI ERDOGAN IN DIFFICOLTA'

 

Contributo di Sungur Savran, segretario del DIP (Partito Rivoluzionario Operaio), sulla situazione in Turchia

traduzione di:
- Tiziana Mantovani Dir. Naz. PCL
- Martina Giustelli Sez. di Arezzo 


DIP LuglioLo sgombero di Gezi Park da parte della polizia, la notte del 15 giugno, con l'ampio uso di gas lacrimogeni e per la prima volta dei cannoni ad acqua arricchita con liquido urticante, non ha spento il fuoco della ribellione in Turchia. È vero, la rivolta che seguì l'espulsione e che ha portato a manifestazioni per tutta la notte e l'occupazione delle piazze in diversi quartieri di Istanbul e città di tutto il paese, fu di breve durata. Ma dall'energia continua delle masse nascono nuove forme di azione come gli “standing man”e “standing woman”, in cui alcune persone stanno in piedi in silenzio per ore, in luoghi dove non sono consentite manifestazioni. Questa forma di azione certamente isola gli individui gli uni dagli altri, non è paragonabile alla chiarezza delle masse manifestanti, e, quindi, è una modalità inferiore di protesta. Ma in questo contesto specifico, dove era quasi impossibile organizzare azioni in piazza Taksim, hanno annunciato il ritorno delle masse nel luogo più conteso e hanno sollevato il morale del movimento, dopo la battuta d'arresto causata dall'evacuazione (seguita, tra parentesi, dallo sgombero delle piazze occupate in altre città). Molto più significativa però è stata la convocazione di ciò che è stato variamente chiamato “forum” o “assemblee popolari” tutte le notti nei parchi in tutta Istanbul. Questa è una diretta applicazione dello slogan - “Taksim è ovunque, dappertutto resistenza!” - Una parola d'ordine centrale della ribellione fin dalla sua nascita, ora messa in pratica!
In questi forum sis svolgono dibattiti con modalità democratiche, che durano fino alle ore piccole del mattino, dibattiti attraverso i quali il movimento di massa sta cercando di riorientarsi e impostare un corso di azione per il futuro.
Che queste assemblee notturne abbiano dato alla ribellione una nuova prospettiva di vita è stato confermato nella notte di lunedì 24 giugno, quando decine di migliaia di persone si sono riversate in un parco di un quartiere centrale di Istanbul, protestando contro il rilascio di un agente di polizia identificato in un video ampiamente diffuso, come responsabile dell'uccisione a sangue freddo di un manifestante ad Ankara. E le assemblee o forum si stanno ora diffondendo ad altre città, tra cui Ankara, la capitale, e Izmir, terza città più grande della Turchia, che si trova di fronte alla Grecia sul Mar Egeo. Così la rivolta può aver subito una battuta d'arresto, ma è ancora viva e vegeta. Come può avanzare e quale sarà la sua destinazione finale, sono domande ancora aperte e soggette alle mosse delle diverse forze all'interno del movimento. Ma una cosa è certa: più a lungo dura questo movimento, più il governo dell'AKP di Tayyip Erdogan è minacciato; un governo che sembrava incrollabile solo un mese fa, anche a molta gente di sinistra.
La base del potere dell'AKP
Tale valutazione è stata, ovviamente, erronea. E' vero che da un punto di vista strettamente elettoralista, l'AKP è stato fino a poco tempo ancora prevalente rispetto a qualsiasi altra forza contendente. Ma l'accumulo di battute d'arresto su diversi fronti aveva già iniziato a minare la base di potere del governo. Per capire quello che stava accadendo all'AKP anche prima dello scoppio della rivolta il 31 maggio, prima di tutto è utile guardare più da vicino i fattori che hanno determinato la forza dell'AKP nel decennio precedente in cui era al potere.
Senza cercare di essere esaustivi, si può tentare di individuare alcuni fattori significativi. Prima di questo, però, si dovrebbe parlare di un altro fattore, di natura più strutturale e più difficilmente modificabile nel breve periodo. Ci riferiamo alla natura eccezionale della Turchia nel mondo islamico. Sotto Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della repubblica, la Turchia ha adottato interamente le norme e le forme legali, educative e culturali occidentali. Nessun altro paese nel mondo islamico si è spinto così lontano nell'integrazione col mondo occidentale. Ciò ha portato ad un regime in cui l'Islam è stato tenuto sotto stretto controllo dallo stato, e le classi dirigenti del paese, trascinando la piccola borghesia urbana nella loro scia, si sono occidentalizzate senza limiti. Il risultato è stato che un sistema di oppressione di classe e di sfruttamento è apparso alle masse lavoratrici anche come un sistema di divorzio culturale tra ricchi e poveri. E' in questo contesto che è emersa una nuova frazione islamista della borghesia. Prima docilmente, sotto forma di un insieme subalterno di capitalisti di medie dimensioni, prevalentemente al di fuori dei grandi centri economici del paese. Ma dal 1980 in poi, essi stessi sono diventati una componente del capitale finanziario, o in altre parole il capitale monopolista della Turchia. L'AKP è l'ultima espressione politica di questa ala della borghesia. Abusando dell'identificazione ingannevole tra oppressione di classe e divario culturale tra le classi dirigenti e le masse, la leadership politica della borghesia islamista, con la sua cultura orientale e l'approccio conservatore, ha un vantaggio contro i rappresentanti dell'ala occidentale-laico. Erdogan, egli stesso un capitalista che si è fatto da se con radici plebee, alla moltitudine dei poveri urbani e delle campagne sembra “uno di loro”. Questo divario strutturale nella società turca è stato interamente usato e abusato da Erdogan durante il suo decennio al potere. Egli ha mantenuto in vita una politica di polarizzazione sociale tra ciò che egli chiama “l'oligarchia” (insieme con la cosiddetta “Lobby del tasso di interesse”), da un lato, e la gente autenticamente turca e musulmana del paese, dall'altro. Questo è un problema che è difficile da affrontare nel breve periodo e può essere superato solo se la sinistra - in gran parte un ramo della secolare tradizione kemalista dei movimenti progressisti borghesi – riesce a sanare il divario culturale con le classi lavoratrici. Ci sono, tuttavia, altre spiegazioni del motivo per cui l'AKP ha tenuto per così tanto tempo, rispetto ai fragili governi di coalizione degli anni 1990. Uno è di natura puramente tecnica. La soglia elettorale del 10 per cento, per cui nessun partito che riceve meno di ciò, può ottenere un seggio in parlamento, ha fatto il gioco del AKP. Nel corso degli anni, l'elettorato dei piccoli partiti di destra ha scelto di votare per l'AKP, portando il bottino dei suoi voti fino a più del 50 per cento nelle ultime elezioni nel 2011. Un altro motivo è economico. La Turchia ha raggiunto un notevole sviluppo economico sotto l'AKP. Con l'eccezione di un breve periodo in seguito al fallimento di Lehman Brothers, quando la Turchia ha subito una contrazione del PIL nell'ordine di circa il 5%, l'economia è cresciuta rapidamente negli ultimi dieci anni, arrivando quasi ad un 10 per cento di crescita nel 2010 e nel 2011. In un certo senso questa rapida ripresa è stata pura fortuna. La Turchia aveva già subito una immensa crisi finanziaria ed economica nel 2001 e nel 2002, proprio prima che l'AKP salisse al potere. L’economia turca, ed in particolare il sistema bancario, sono stati snelliti e disciplinati in risposta a quella crisi, così l’AKP ha assunto il comando di un’economia che già era stata modernizzata per soddisfare i requisiti della cosiddetta globalizzazione.
Ha poi cavalcato la cresta di una impressionante espansione dell’economia mondiale fino al 2007. E poiché in un certo senso la Turchia aveva già vissuto la sua crisi bancaria nel 2001, il sistema finanziario ha dimostrato di essere estremamente resistente nel 2008-2009 e la recessione turca ha avuto vita breve.
Benchè il successo economico sia stato soprattutto l’eredità di un periodo precedente, bisogna riconoscere che, in quanto partito dei capitalisti, l’AKP ha raggiunto quanto i precedenti governi di coalizione non erano stati in grado di fare prima di esso. Poiché l’elevato tasso di crescita si è basato anche sullo sfruttamento estremo della classe lavoratrice e contadina. Sulla base del suo forte appoggio, l’AKP ha attaccato le conquiste stabilite della classe lavoratrice in tutti i settori ed ha seguito una politica di impoverimento dei piccoli agricoltori. E’ riuscito a far ciò grazie ad una combinazione di tattiche divide et impera, guadagnando attivamente il controllo su una parte del movimento sindacale, attaccando altri sindacati ferocemente.
Un terzo fattore del successo di Erdogan è stato la sua politica estera. Ha percorso una linea sottile tra la lealtà agli obblighi tradizionali delle classi dominanti turche,l’alleanza occidentale, ed il mondo islamico ed i regimi e movimenti islamisti. Quest’ultima politica gli ha fatto guadagnare un importante prestigio con quello che i commentatori occidentali chiamano “la via araba”.
Un altro fattore significativo è stato l’alleanza che Erdogan ha stipulato con la confraternita dell’ambizioso Imam Fethullah Gulen, che presiede un potente impero di scuole missionarie in tutto il mondo, ed un’altrettanto potente rete sociale, economica e culturale nella stessa Turchia.
Un ultimo fattore è la relativa calma che Erdogan ha raggiunto su fronte curdo. Questo è dovuto principalmente al fatto che Öcalan, il leader della guerriglia curda, è stato catturato dalla Cia e riconsegnato allo stato turco nel 1999. Così Erdogan ha avuto fortuna anche in quell’area. 

La virata della marea
Tutti questi fattori di forza avevano già iniziato ad indebolirsi prima dell’eruzione della rivolta alla fine di maggio. Per prima cosa la crescita economica era già scesa al 2% lo scorso anno. Le vulnerabilità dell’economia turca ora si iniziano a sentire, specialmente il problema strutturale dell’attuale deficit e l’altissimo e crescente indebitamento del settore privato nella valuta estera. La recente dichiarazione di Bernanke, presidente della Federal Reserve, riguardo la tempistica di una graduale eliminazione del Quantitative Easing, ha portato, oltre alla perdita di fiducia negli ambienti capitalistici a causa della rivolta, alla grave volatilità dei mercati finanziari turchi. La Turchia è ora di nuovo un anello debole nell’economia mondiale.
La politica estera del governo ha ricevuto colpi successivi. La politica del “problema zero con i vicini” intrapresa dal ministro degli esteri Ahmet Davutoglu è nel caos. La Turchia sta seguendo una politica di ostilità con almeno tre dei suoi vicini occidentali e meridionali; per cominciare la Siria, ma anche Iran ed Iraq. Nel caso della Siria, la facile aspettativa del governo Erdogan di una rapida caduta del regime di Assad si è rivelata sbagliata, con serie conseguenze per la Turchia. Il recente assassinio di almeno 52 persone a Reyhanli, un paese vicino al confine siriano, causato dall’esplosione di un paio di bombe, ed il fatto che, durante la sua visita a Washington a metà maggio, lo zelo di Erdogan nel trattare militarmente con la Siria sia stato smorzato da Obama, hanno causato una significativa perdita di prestigio da parte del governo.
Anche le controversie con Fethullah Gulen sono aumentate dal 2010, quando l'Imam ha ripudiato la flottiglia guidata dalla Mavi Marmara, schierandosi con Israele e sconvolgendo molte fila di islamisti. Altre questioni hanno messo su rotte distinte le due potenti figure. Nonostante il suo islamismo, Gulen si è distinto per uno stile politico estremamente pragmatico e flessibile, e potrebbe, nelle svariate occasioni elettorali del 2014, allearsi con forze politiche più laiche.
Le uniche fonti di forza che rimangono ad Erdogan sono la sua popolarità negli strati più conservatori della popolazione – un beneficio quasi strutturale – e la sua politica curda di una soluzione pacifica. Benchè quella politica sia avvolta in un mistero tale da far venire il sospetto possa crollare da un momento all’altro, per ora almeno è questa politica che gli ha dato respiro durante la ribellione, visto che il movimento curdo si è tenuto in disparte per paura di turbare il fragile “processo di pace”.

Il destino di Erdogan in gioco
Questo sotterraneo spostamento del terreno sotto i piedi di Erdogan ha in parte reso possibile la recente rivolta, che ha poi inferto un duro colpo al suo potere. Egli è ora ai ferri corti con i suoi protettori imperialisti; ha visto la ripresa del conflitto con l’ala filo occidentale della borghesia turca; ed ha persino incontrato spaccature nel suo partito di governo.
Abdullah Gul, l’attuale presidente della repubblica, è ora un serio avversario per le prossime elezioni presidenziali, palesemente sostenuto dal CHP, il membro turco della erroneamente chiamata Internazionale Socialista. Se, come è probabile, la confraternita Gulen si schiererà dalla parte di Gul, Erdogan dovrà affrontare la prima seria sfida elettorale da quando è salito al potere.
Comunque, non sta semplicemente affrontando un indebolimento elettorale. Se la rivolta dovesse prolungarsi, e forse divampare di nuovo, per Erdogan sarà difficile persino rimanere al potere prima delle elezioni. Dietro la facciata dell’irremovibile ed imperturbabile forte uomo della Turchia, si avverte l’erosione del potere e del prestigio come risultato di una possente lotta delle masse. Non è che l’AKP sia condannato a cadere. La sorte di Erdogan, così come la nostra, dipende dal futuro del movimento e la nostra abilità e capacità nello spingerlo oltre. Non c’è spazio per la benchè minima disperazione.

Il DIP prosegue nella sua lotta
Il DIP, sezione turca del Coordinamento per la Rifondazione della Quarta Internazionale, ha convogliato le sue forze nella costruzione di quello che noi chiamiamo il “Movimento dei Parchi”. Ad Istanbul, e in ogni città in cui questa forma di azione si sta diffondendo, noi partecipiamo a forum che si tengono ogni notte nei parchi in diverse parti della città. Ed interveniamo con la proposta di tre obiettivi interconnessi. Uno è definire una nuova serie di richieste immediate per il movimento di massa, che è rimasto senza un orientamento generale da quando la prima leadership, chiamata la Piattaforma di Solidarietà di Taksim, ha rinnegato le sue richieste originarie a favore della dispersione del movimento ed in attesa delle volontà governo Erdogan di fare un referendum su Gezi Park. Questa mite leadership è davvero capitolata di fronte al governo, per paura che la ribellione diventasse incontrollabile. Ed è stata sostenuta, in ciò, da una grande varietà di movimenti di sinistra, spaziando dal cosiddetto Partito Comunista della Turchia, a quei partiti che sono divenuti un’appendice del movimento curdo. A questo punto il movimento di massa è totalmente confuso ed ascolta proposte da indipendenti per rivendicazioni stravaganti che vanno dalla creazione di cucine vegane all’organizzare forme di commercio socialmente responsabili per opporsi alla propagazione delle grandi catene di vendita. Il DIP è chiaro nella sua lista di rivendicazioni immediate: abbandonare tutti i piani riguardo a Taksim, non solo quelli su Gezi Park, ma anche quelli che mirano a chiudere la piazza alle future manifestazioni di massa; far processare e punire tutti coloro che sono politicamente e praticamente responsabili per la brutalità poliziesca e gli omicidi avvenuti di recente; liberare tutti coloro che sono stati imprigionati durante la ribellione.
L’altro aspetto riguarda il metodo da adottare per avanzare nella promozione delle rivendicazioni del movimento. I forum o le assemblee popolari sono minacciati dalla prospettiva di degenerare in chiacchiere da negozio dopo un po’. Così il DIP propone che essi diventino la base per l’organizzazione di una nuova leadership per il movimento. Siamo per l’elezione di rappresentanti di ogni assemblea che si riuniscano a livello cittadino. Ciò porterebbe alla convocazione di un organismo di rappresentanza a livello nazionale, che spingerebbe non solo all’accettazione delle rivendicazioni da parte del governo, ma agirebbe anche come la leadership di una nuova fase del movimento nel decidere che azioni intraprendere.
Segnaliamo la contraddizione che ha afflitto il movimento durante il primo periodo, dall’eruzione della rivolta il 31 maggio, all’evacuazione di Gezi Park (e di conseguenza di altri parchi in altre città) il 15 giugno. Ciò deriva dal fatto che la cosiddetta leadership del movimento era composta da figure e rappresentanti che erano un cimelio del periodo precedente alla rivolta e quindi non erano in grado di rappresentare l’ebollizione e l’effervescenza create dalla rivolta stessa. Perciò diciamo “eleggere una leadership che rappresenti lo spirito della rivolta!”.
Infine, il terzo aspetto del nostro intervento nel movimento di massa, il più importante e la nostra linea strategica fin dai primi inizi del movimento, mira a infondere in esso la consapevolezza di come sia strategicamente importante una svolta del movimento verso la classe lavoratrice dell’industria, che non è ancora approdata al movimento in maniera organizzata, con richieste e forme di lotta ad essa peculiari.
Queste sono le istanze immediate che hanno lo scopo di servire alla ripresa del movimento dopo la battuta d’arresto del 15 giugno. In ogni occasione nella quale il movimento acquista fiducia in se stesso, come le manifestazioni di protesta per il rilascio dell’ agente di polizia che ha ucciso un manifestante, noi chiediamo le dimissioni del governo. E non tralasciamo mai il riferimento al nostro obiettivo a lungo termine, di un governo dei lavoratori e delle lavoratrici.
Il DIP ha pubblicato un’edizione speciale del suo giornale e sta organizzando un’assemblea ad Istanbul, con possibili riunioni successive in altre città, per chi tra i ribelli vuole dare il meglio per contribuire alla rinascita della rivolta ed impostarla su un percorso di alleanza con la classe lavoratrice.
Il compito è arduo, ma vale la pena e significherebbe un trionfo reale per i rivoluzionari proletari. Questo è un percorso che potrebbe portare alla rivoluzione permanente, in Turchia e non solo.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI PER LA QUARTA INTERNAZIONALE