PALESTINA 1948/2013 - AL NAKBA - LA CATASTROFE CONTINUA
Ogni 15 maggio il popolo palestinese e tutte le sue comunità nel mondo commemora la Nakba, la catastrofe. Chiamata in questo modo dai palestinesi è la data del 15 maggio del 1948, giorno in cui l’esercito sionista ha invaso i territori palestinesi, impossessandosi delle terre, delle case e della sopravvivenza di tutto un popolo. Al Nakba è stato il giorno in cui il popolo palestinese si è trasformato in una nazione di esiliati, in cui almeno 800.000 persone sono state espulse dalle loro case e costrette a vivere in campi profughi disseminati in tutto il Medio Oriente. La ribellione a questo “stato di fatto” della volontà sionista per la Grande Israele è stata soffocata nel sangue dal 1948 in poi. Sono più di 500 i villaggi palestinesi che sono stati evacuati o rasi al suolo completamente, cancellando la storia, la memoria, ogni richiamo ai ricordi di una comunità e di una cultura. Sono state distrutte perfino le coltivazioni agricole, le scuole e le immagini delle comunità e del loro passato. Israele attualmente continua ad opporsi con ogni mezzo al ritorno nella loro terra per circa sei milioni di rifugiati. Non solo ma ancora oggi cerca di espellere i palestinesi dalla loro terra, attraverso politiche segregazioniste instaurando una delle peggiori apartheid della storia.
IN CISGIORDANIA E A GAZA GIORNO DOPO GIORNO LA CATASTROFE NON E’ MAI FINITA.
Basta ricordare l ‘operazione "Piombo Fuso" (dicembre 2008 - gennaio 2009), i bombardamenti, le incursioni armate, gli omicidi, gli attacchi in mare alle barche dei pescatori che non sono mai cessati e che causano, giorno dopo giorno, la morte di centinaia di abitanti di Gaza, per la maggior parte civili. Basta ricordare il provocatorio atteggiamento contro prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. La decisione dell’ ONU di riconoscere la Palestina all’ interno dell’ UNESCO è per lo stato sionista carta straccia.
Non solo ma in questi giorni stiamo assistendo ad un escalation da parte dell’esercito israeliano nell’ area siriano-libanese appoggiato dall’ imperialismo USA contro le milizie Hezbollah per accrescere la tensione con il nemico di sempre l’ IRAN.
IN CISGIORDANIA E A GAZA GIORNO DOPO GIORNO LA CATASTROFE NON E’ MAI FINITA.
Basta ricordare l ‘operazione "Piombo Fuso" (dicembre 2008 - gennaio 2009), i bombardamenti, le incursioni armate, gli omicidi, gli attacchi in mare alle barche dei pescatori che non sono mai cessati e che causano, giorno dopo giorno, la morte di centinaia di abitanti di Gaza, per la maggior parte civili. Basta ricordare il provocatorio atteggiamento contro prigionieri palestinesi in sciopero della fame nelle carceri israeliane. La decisione dell’ ONU di riconoscere la Palestina all’ interno dell’ UNESCO è per lo stato sionista carta straccia.
Non solo ma in questi giorni stiamo assistendo ad un escalation da parte dell’esercito israeliano nell’ area siriano-libanese appoggiato dall’ imperialismo USA contro le milizie Hezbollah per accrescere la tensione con il nemico di sempre l’ IRAN.
BATTIAMOCI PER IL DIRITTO AL RITORNO DEGLI ESULI PALESTINESI
PER UNO STATO LAICO E SOCIALISTA ANTIMPERIALISTA
PER DUE POPOLI
CONTRO L’APARTHEID SUBITO IN CISGIORDANIA E ISRAELE
CONTRO LE VERGOGNOSE SCELTE DEI GOVERNI ITALIANI IN APPOGGIO AD ISRAELE.
PER LA LIBERAZIONE DI TUTTI I PRIGIONIERI RINCHIUSI NELLE CARCERI ISRAELIANE
APPOGGIAMO LA CAMPAGNA BDS DI BOICOTTAGGIO, DISINVESTIMENTO E SANZIONI DELLE AZIENDE CHE FANNO PROFITTO SULLO SFRUTTAMENTO DELLA PALESTINA
Coordinamento Toscano
PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI
GOVERNO LETTA/BERLUSCONI/NAPOLITANO
Nota di Marco Ferrando
La nascita del governo Letta/Alfano, salutata dal plauso di tutta la borghesia italiana, merita alcune prime considerazioni.
UN GOVERNO PRESIDENZIALE
Il
nuovo governo di “unità nazionale” nasce sotto il segno presidenziale.
Il presidente della Repubblica rieletto lo ha imposto di fatto, ne ha
ispirato la composizione, si pone pubblicamente quale suo protettore e
garante.
Giorgio
Napolitano ha scelto Enrico Letta come Presidente del Consiglio, per
assicurarsi il massimo coinvolgimento politico del PD nel nuovo governo;
e al tempo stesso per premiare un giovane quadro del capitalismo
italiano, già ampiamente sperimentato nei crocevia bipartisan della
seconda Repubblica, particolarmente gradito agli ambienti industriali e
al Vaticano.
I
ministeri chiave del nuovo governo sono di fatto di nomina
presidenziale: Saccomanni, direttore di Bankitalia, all'economia, a
massima garanzia del capitale finanziario italiano ed europeo; Moavero,
tecnico confindustriale montiano, alle politiche comunitarie, quale
garanzia di diretta continuità col governo uscente sulle partite
negoziali in corso con la U.E.; Giovannini, Presidente dell'ISTAT, al
lavoro, come regista “super partes” della nuova concertazione tra
Confindustria, sindacati e banche; Cancellieri, da ministro degli
Interni alla Giustizia, per lavorare da posizione “neutra” alla
“pacificazione” tra Magistratura e Berlusconi, disinnescare mine,
ricomporre l'equilibrio tra i poteri dello Stato; Emma Bonino agli
Esteri, per garantire un sicuro presidio filo sionista (sotto la veste
di un'immagine “popolare”)sul versante del complesso scenario medio
orientale.
Su
tutte le frontiere “critiche” il Lord Protettore Giorgio Napolitano ha
posto l'interesse generale del capitalismo italiano al di sopra del
negoziato privato tra i partiti borghesi. Facendo leva sulla loro crisi e
sulla crisi dei loro rapporti.
EQUILIBRI DI GOVERNO E AFFARI BORGHESI
I
partiti borghesi, dal canto loro, si sono spartiti il resto della
partita ministeriale. Letta Presidente del Consiglio e Alfano vice
presidente, nonché ministro dell'Interno, segnano al massimo livello
l'accordo di governo tra PD e PDL. Al di sotto di questo livello di
rappresentanza, l'equilibrio politico del nuovo esecutivo si regge tra
le seconde o terze file dei due maggiori partiti. Con due elementi di
nota: la sostanziale assenza di ministri di “estrazione PCI/DS” e la
pletora trasversale di ministri cattolici. La prima registra la crisi
verticale del campo bersaniano dentro la disfatta del PD: i gruppi
dirigenti del PCI e la loro “ditta” sono la prima vittima del disastro
della propria creatura. La seconda misura la funzione cerniera del campo
cattolico borghese lungo la linea centrale dell'equilibrio politico, il
suo peso contrattuale nei rispettivi schieramenti, i suoi legami con
potentati borghesi. Lupi a Infrastrutture e Trasporti compensa CL della
caduta di Formigoni, a presidio dell'enorme giro d'affari sull'Expo.
Lorenzin alla Salute onora le proprie relazioni familiari coi vertici di
Farmindustria, e garantisce gli interessi della sanità privata. De
Girolamo all'Agricoltura, più modestamente, riflette i legami filiali
col potente direttore del Consorzio Agrario di Benevento.
Come
si vede i conflitti di interesse, piccoli o grandi, non sono una
prerogativa di Berlusconi, come vorrebbe la letteratura liberal
progressista, ma un connotato fisiologico della vita politica borghese.
Quando Marx parlava del governo come “comitato d'affari della borghesia”
si riferiva alla rappresentanza dell'interesse generale DI sistema. Ma
anche alle miserie correnti dei mille interessi particolari NEL sistema.
GRANDE CAPITALE E PARTITO DEMOCRATICO
Il
grande capitale è il mandante diretto del nuovo governo dell'unità
nazionale. Come lo fu del governo Monti nel novembre del 2011.
Non
era questo il suo disegno. Dopo l'esperienza del governo “tecnico” la
grande borghesia puntava su un equilibrio politico basato sull'incontro
tra PD e Monti, dentro la ricomposizione di una dialettica bipolare
rifondata che emarginasse ruolo e peso di Berlusconi ( apparentemente
“finito”). La sconfitta elettorale del centrosinistra, lo sfondamento
populista a 5 Stelle, il recupero politico di Berlusconi, la
precipitazione senza rete della crisi politico istituzionale, hanno
totalmente ribaltato il quadro. Dal 26 Febbraio tutti i poteri forti
hanno visto nell'unità nazionale l'unico possibile sbocco della crisi
politica. Per questo hanno accompagnato con scetticismo e persino
sarcasmo i tentativi di Bersani di sfuggire alla propria sconfitta. E
per questo hanno salutato con entusiasmo la rielezione di Napolitano e
la formazione del nuovo governo di “pacificazione”.
Dopo
mille drammatiche convulsioni, il PD e tutte le sue componenti
fondamentali si sono infine allineati al volere del grande capitale.
Nella drammatica emergenza capitalistica del novembre 2011 fu il grande
capitale industriale e bancario a chiedere al PD di non andare al voto, a
favore della soluzione Monti: e Bersani rinunciò ad una vittoria
elettorale certa proprio in virtù della dipendenza PD dalle scelte e
necessità del capitale. Oggi, nella drammatica emergenza politico
istituzionale di questi mesi, è ancora una volta la pressione del grande
capitale a riallineare alla fine tutto il PD attorno all'unità
nazionale: sino a imporgli la sconfessione pubblica di un'intera
campagna elettorale e l'umiliazione penosa del gruppo dirigente. Oggi
come ieri, l'interesse generale della borghesia italiana prevale
sull'interesse particolare di partito. La natura borghese del PD, se ve
ne era bisogno, è confermata nel modo più clamoroso dall' intero
svolgimento politico dei due ultimi anni. Contro tutte le illusioni di
un suo possibile condizionamento a sinistra.
GOVERNO MONTI E GOVERNO LETTA
Il
nuovo governo non è e non sarà la semplice continuità del governo
Monti. Medesima è la maggioranza politica che lo sostiene, seppur ora in
forma esplicita e non più mascherata. Ma diversa è la sua funzione,
perchè diverso è il contesto.
Il
governo Monti nacque alla fine di una legislatura berlusconiana, nel
momento di massima crisi economico finanziaria del capitalismo italiano,
col compito di tamponare l'emergenza con misure urgenti di impatto
brutale ( distruzione delle pensioni d'anzianità, età pensionabile a 70
anni, smantellamento dell'articolo 18): misure che non avrebbero potuto
adottare con le proprie forze né un governo Berlusconi in agonia, né un
governo Bersani/Vendola; e che richiedevano dunque la supplenza
temporanea dei grandi “tecnici” del capitale.
Il
governo Letta Alfano nasce al piede di partenza della legislatura, nel
momento della massima crisi politico istituzionale della seconda
Repubblica. Ha il compito di amministrare l'eredità e la continuità
delle politiche di Monti sul terreno dell'attacco alle condizioni del
lavoro e alle prestazioni sociali. Ma ha anche il compito di inquadrare e
stabilizzare le politiche di sacrifici in un nuovo contesto. Deve
consolidare un quadro stabile di concertazione sindacale, che recuperi
organicamente la CGIL al fianco di CISL e UIL. Deve cercare di riaprire
parallelamente uno spazio di negoziazione in Europa sul Fiscal Compact e
le politiche di bilancio che consenta un margine di manovra più ampio (
anche e innanzitutto per dare più soldi ai capitalisti). Deve avviare
una vera riforma istituzionale e costituzionale che miri a dare al
capitalismo italiano un quadro certo di governabilità, sullo sfondo di
una crisi capitalistica nazionale ed europea che è ben lungi dall'essere
superata( “Convenzione per le riforme istituzionali”). L'avanzata delle
posizioni presidenzialiste in campo borghese si colloca in questo
quadro.
Nel
suo insieme il programma del nuovo governo è quello di una
stabilizzazione capitalista sul fronte sociale e della transizione alla
Terza Repubblica sul fronte politico.
INCOGNITE POLITICHE E CRISI DI CONSENSO
Ma
questo programma ambizioso deve fare i conti con molte difficoltà, su
un terreno politico ancora scosso, e segnato da numerose incognite (
sviluppi della crisi del PD, vicende giudiziarie di Berlusconi..). E
sopratutto deve misurarsi con l'assenza di spazi materiali significativi
sul terreno del recupero del consenso sociale; con la presenza di forti
contraddizioni nei compositi blocchi sociali di riferimento i partiti
che lo sostengono; col rischio, in particolare, di una ripresa reale
dell'opposizione sociale e di massa.
Il
governo cercherà di prevenire e ridurre questo rischio con qualche
iniziale concessione che provi a dare l'immagine di “una nuova
stagione”( come sull'IMU). Così produrrà qualche fatto simbolico sul
terreno dei cosiddetti “costi della politica”( stipendi, vitalizi,
numero dei parlamentari, rimborsi elettorali..), per mascherare la
continuità dei sacrifici sociali per le grandi masse: a riprova del
fatto che il populismo rappresenta a tutti gli effetti uno strumento di
conservazione dell'ordine borghese e di protezione delle sue politiche
di rapina.
Ma gli strumenti di distrazione di massa non sono infiniti. E possono rivelarsi effimeri.
LO SPAZIO POLITICO DELL'OPPOSIZIONE SOCIALE
C'è
una differenza importante, dal versante della percezione di massa, tra
la genesi del governo Monti e la genesi del governo Letta Alfano. Il
governo Monti beneficiò al piede di partenza di alcuni fattori
favorevoli. In primo luogo dell'effetto “liberatorio” della caduta di
Berlusconi presso un'ampia fascia di opinione pubblica democratica . In
secondo luogo del fatto di essere un governo “senza partiti” nel momento
del loro massimo discredito agli occhi di grandi masse popolari. Ciò
consentì al governo di intraprendere la propria offensiva antioperaia e
antipopolare in un quadro segnato da un senso comune popolare
inizialmente non ostile. Su cui peraltro si appoggiò la stessa
burocrazia CGIL per coprire la rapina sulle pensioni, a vantaggio del
PD. Un PD a sua volta tonificato dagli anni di opposizione a Berlusconi.
Oggi il decollo del nuovo governo avviene su uno sfondo molto diverso. E meno “protetto” nel rapporto di massa.
I
partiti che si alleano al governo attorno a Letta hanno perso nel loro
insieme 11 milioni di voti dal 2008. I lunghi anni della crisi
capitalista e l'esperienza comune del sostegno a Monti per ben due anni
ne hanno sfibrato ulteriormente credibilità e forza. In più il popolo
della sinistra è ampiamente traumatizzato e scosso dal “ritorno di
Berlusconi” al governo e da un quadro di unità nazionale che lo stesso
PD aveva chiamato a superare e a respingere: da qui un sentimento
diffuso a sinistra di estraneità o di rigetto.
La
burocrazia CGIL (nuovamente spiazzata dal mancato appuntamento
concertativo con l'agognato governo di centrosinistra) si aggrappa in
mancanza di meglio al nuovo governo e alla ritrovata intesa con CISL e
UIL, candidandosi più direttamente di ieri a copertura di un PD allo
sbando, e dunque a scudo del governo. Ma sarà dura coprire la continuità
dei sacrifici, senza risultati, e dentro una recessione che permane.
Da qui il “rischio” serio di una radicalizzazione sociale.
E'
il vero timore dei circoli dominanti. La reazione corale di sistema
agli sventurati colpi di pistola di piazza Montecitorio, all'insegna del
“stringiamoci a corte” contro chi “aizza la piazza”, non ha alcun
rapporto logico con l'episodio in sé: riflette invece la volontà di
disarmare preventivamente l'opposizione di massa, di intimidirne le
ragioni, di disinnescare ogni possibile dinamica di ribellione. Quando
Napolitano evoca il rischio di “una piazza contrapposta alle
istituzioni” confessa la paura della borghesia italiana.
Le opposizioni parlamentari lavorano contro la radicalizzazione sociale.
Il
M5s di Grillo e Casaleggio cercherà di capitalizzare le politiche
dell'unità nazionale a vantaggio del proprio progetto (reazionario) di
Repubblica plebiscitaria. Che è contro il movimento operaio.
Sinistra
e Libertà si attesterà sull'opposizione “costruttiva” per salvaguardare
la prospettiva di una ricomposizione col PD in occasione delle future
elezioni politiche.
Il
PCL lavorerà per l'unificazione delle lotte sul terreno di
un'opposizione radicale e di massa che miri alla cacciata del governo
Letta/Alfano/Napolitano. Solo un'esplosione sociale radicale guidata dal
movimento operaio può dare una soluzione progressiva alla crisi
italiana aprendo dal basso un nuovo scenario politico. Solo la rottura
di ogni cordone ombelicale col PD, e il rifiuto di ogni subordinazione
al qualunquismo populista, possono liberare la via della ribellione di
massa. Lavorare all'innesco della ribellione, dare ad essa una coscienza
anticapitalista, indicare nel governo dei lavoratori l'unica vera
alternativa per gli sfruttati: questa è tanto più oggi la politica del
PCL, e lo strumento della sua stessa costruzione e radicamento.
25 APRILE!
Contro una risposta presidenzialista e autoritaria all’attuale crisi politica
Contro il nuovo governo PD-PDL, la ripresa delle politiche antipopolari di Monti
Contro il progetto populista e reazionario di Grillo e Casaleggio
Ricostruiamo un movimento dei lavoratori, una risposta di classe:
non basta ricordare la Resistenza, bisogna renderla attuale!!!
Oggi celebriamo una grande lotta di massa, la lotta dei partigiani che hanno combattuto non solo contro l'oppressione fascista, ma anche per un paese migliore e più giusto.
Il 25 aprile del 1945, la sollevazione partigiana chiuse la pagina buia del fascismo nella speranza di una vera alternativa di società e di potere, che liquidasse le classi dirigenti padronali e aprisse la via del potere dei lavoratori. I governi di unità nazionale, con Togliatti (Pci) e De Gasperi (Dc), con la benedizione degli Usa e di Stalin, realizzarono un programma opposto: la ricostruzione del capitalismo italiano. Fu il tradimento della Resistenza.
Da allora tutte le stagioni di lotta del movimento operaio sono state subordinate alla salvaguardia delle compatibilità, del capitalismo e delle sue classi dominanti. Prima col compromesso storico con la Dc, che liquidò la grande pagina del ’68-‘69; poi, dopo l'89, con la subordinazione alla seconda Repubblica, la demolizione delle conquiste sociali e dei diritti dei lavoratori.
Oggi, con le ultime elezioni, se le masse operaie e popolari hanno rigettato le politiche di austerità del governo Monti, hanno però scelto tre grandi forze che non intendono cambiare queste politiche antipopolari, a sostegno del capitalismo e del padronato: PD, PDL e M5S.
Il progetto di Grillo e Casaleggio è infatti un progetto liberale e reazionario. Socialmente rivendica l'abbattimento del “peso parassitario” di 19 milioni di pensioni e di 4 milioni di pubblici dipendenti, per liberare le risorse necessarie per tagliare l'Irap ai padroni e privatizzare la sanità pubblica, in cambio di un “reddito di cittadinanza” come parziale indennizzo alla spoliazione del lavoro o della pensione. Politicamente punta alla conquista del potere in monopolio, con la soppressione di tutti i partiti, dei sindacati, dei cosiddetti corpi intermedi. La rivendicazione dell'abolizione del sindacato (“roba dell'800”) non ha niente a che vedere con la denuncia delle burocrazie: si propone la trasformazione dei lavoratori in azionisti individuali del capitale d'impresa e per questa via la cancellazione della loro rappresentanza sindacale come strumento di rappresentanza collettiva.
Nel contempo, di fronte alla crisi della seconda repubblica, con la rielezione di Napolitano e il nuovo governo di “larghe intese”, monta nel paese una campagna reazionaria per la realizzazione di una svolta autoritaria e presidenzialista. Una svolta che si accompagna nei posti di lavoro ad un nuovo “patto dei produttori”, sostenuto dalle burocrazie sindacali di Cgil Cisl e Uil, in grado di rilanciare l’intesa sulla produttività, approvata qualche mese fa senza una reale opposizione della Cgil (deroghe al contratto, abbassamento dei salari ed aumenti delle ore di lavoro, demansionamento, controlli tecnologici a distanza dei lavoratori, ecc). Dopo aver ottenuto con il sostegno di tutto il Parlamento allo sblocco di 40 miliardi di crediti delle imprese, adesso chiedono l'introduzione del modello tedesco di "mini-job" (lavoretti poveri) e un nuovo patto di pacificazione sociale.
Solo una ripresa del conflitto di classe, solo una mobilitazione generale e concentrata contro il padronato e i suoi governi, solo una risposta all'altezza dell'attacco dei padroni e dei loro governi può fermare i licenziamenti e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Solo un governo dei lavoratori, solo una repubblica socialista dei lavoratori, in Italia e in Europa, può cambiare realmente le cose.
Contro il nuovo governo PD-PDL, la ripresa delle politiche antipopolari di Monti
Contro il progetto populista e reazionario di Grillo e Casaleggio
Ricostruiamo un movimento dei lavoratori, una risposta di classe:
non basta ricordare la Resistenza, bisogna renderla attuale!!!
Oggi celebriamo una grande lotta di massa, la lotta dei partigiani che hanno combattuto non solo contro l'oppressione fascista, ma anche per un paese migliore e più giusto.
Il 25 aprile del 1945, la sollevazione partigiana chiuse la pagina buia del fascismo nella speranza di una vera alternativa di società e di potere, che liquidasse le classi dirigenti padronali e aprisse la via del potere dei lavoratori. I governi di unità nazionale, con Togliatti (Pci) e De Gasperi (Dc), con la benedizione degli Usa e di Stalin, realizzarono un programma opposto: la ricostruzione del capitalismo italiano. Fu il tradimento della Resistenza.
Da allora tutte le stagioni di lotta del movimento operaio sono state subordinate alla salvaguardia delle compatibilità, del capitalismo e delle sue classi dominanti. Prima col compromesso storico con la Dc, che liquidò la grande pagina del ’68-‘69; poi, dopo l'89, con la subordinazione alla seconda Repubblica, la demolizione delle conquiste sociali e dei diritti dei lavoratori.
Oggi, con le ultime elezioni, se le masse operaie e popolari hanno rigettato le politiche di austerità del governo Monti, hanno però scelto tre grandi forze che non intendono cambiare queste politiche antipopolari, a sostegno del capitalismo e del padronato: PD, PDL e M5S.
Il progetto di Grillo e Casaleggio è infatti un progetto liberale e reazionario. Socialmente rivendica l'abbattimento del “peso parassitario” di 19 milioni di pensioni e di 4 milioni di pubblici dipendenti, per liberare le risorse necessarie per tagliare l'Irap ai padroni e privatizzare la sanità pubblica, in cambio di un “reddito di cittadinanza” come parziale indennizzo alla spoliazione del lavoro o della pensione. Politicamente punta alla conquista del potere in monopolio, con la soppressione di tutti i partiti, dei sindacati, dei cosiddetti corpi intermedi. La rivendicazione dell'abolizione del sindacato (“roba dell'800”) non ha niente a che vedere con la denuncia delle burocrazie: si propone la trasformazione dei lavoratori in azionisti individuali del capitale d'impresa e per questa via la cancellazione della loro rappresentanza sindacale come strumento di rappresentanza collettiva.
Nel contempo, di fronte alla crisi della seconda repubblica, con la rielezione di Napolitano e il nuovo governo di “larghe intese”, monta nel paese una campagna reazionaria per la realizzazione di una svolta autoritaria e presidenzialista. Una svolta che si accompagna nei posti di lavoro ad un nuovo “patto dei produttori”, sostenuto dalle burocrazie sindacali di Cgil Cisl e Uil, in grado di rilanciare l’intesa sulla produttività, approvata qualche mese fa senza una reale opposizione della Cgil (deroghe al contratto, abbassamento dei salari ed aumenti delle ore di lavoro, demansionamento, controlli tecnologici a distanza dei lavoratori, ecc). Dopo aver ottenuto con il sostegno di tutto il Parlamento allo sblocco di 40 miliardi di crediti delle imprese, adesso chiedono l'introduzione del modello tedesco di "mini-job" (lavoretti poveri) e un nuovo patto di pacificazione sociale.
Solo una ripresa del conflitto di classe, solo una mobilitazione generale e concentrata contro il padronato e i suoi governi, solo una risposta all'altezza dell'attacco dei padroni e dei loro governi può fermare i licenziamenti e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Solo un governo dei lavoratori, solo una repubblica socialista dei lavoratori, in Italia e in Europa, può cambiare realmente le cose.
Oggi non basta ricordare la Resistenza, bisogna renderla attuale. Per questo occorre costruire il Partito Comunista di Lavoratori.
COMUNICATO STAMPA - PCL FIRENZE
Alcune
centinaia di lavoratori hanno manifestato giovedi 28 marzo, ma non solo
per il diritto al lavoro. Le facce, gli slogan e le voci urlavano in
quella piazza per il diritto al futuro e alla dignità.
I
continui fallimenti nelle trattative per la vendita di Seves e Ginori,
sommato alla notizia improvvisa della chiusura della sede fiorentina di
SunChemical e a
tante altre crisi aziendali condite con licenziamenti e
cassa-integrazioni, sta mettendo in ginocchio nella nostra provincia più
di 500 lavoratori e le loro famiglie. Il bilancio è disastroso, ma oggi
più di sempre (anche se a ben vedere i nomi sono i soliti) la crisi ha
un colpevole: il capitalismo. Un colpevole circondato da tanti complici,
a partire dai sindacati confederali, fino, a livello più alto, ai
gruppi politici dirigenti locali e nazionali. Gli stessi complici che
giovedì erano là, nella piazza e lungo il corteo, a fingere di avere tra
le mani la ricetta miracolosa (di cui si parla da decenni) per un
capitalismo sano, magari di sinistra. Le stesse ottime ricette che hanno
distrutto il servizio di istruzione inferiore e superiore, quelle
ricette che stanno distruggendo il servizio sanitario nazionale e che
rendono il lavoro un lusso, un favore e non un diritto. Le stesse
ricette che stanno ampliando il divario tra le classi, impoverendo
sempre di più i lavoratori salariati, e i pensionati e arricchendo
dall'altra parte grandi imprenditori ed industriali, regalando il nostro
sangue ai responsabili di questa crisi. Erano tutti là, assessori,
consiglieri comunali, "sindacalisti", fingendo di non essere gli stessi
che sono sempre stati al potere, fingendo di non essere gli stessi che
continuano governare questo paese.
Anche
noi c'eravamo, ma non stavamo chiedendo deleghe. Abbiamo manifestato
con la convinzione che senza lotta e senza unità questa battaglia sia
già persa. Da mesi proponiamo, nell'indifferenza sindacale e politica,
la creazione di un fronte comune di lotta per il lavoro, dove unire le
battaglie di tutte le realtà che nella provincia di Firenze stanno
subendo questa crisi. Non si tratta più di una battaglia interna, questa
è una guerra sociale, e solo
uniti potremo portare a casa i risultati che vogliamo.
Al
contrario di altri, non eravamo in quella piazza per dire "ora ci
pensiamo noi", ma per gridare la nostra presenza a fianco di ciascun
operaio per il suo diritto al lavoro e accanto ai loro figli, per il
diritto ad un'istruzione libera, pubblica e accessibile a tutti.
Siamo con gli sfrattati per il diritto alla casa e lottiamo con gli immigrati per il diritto all'integrazione.
Siamo
insieme a tutti coloro che lottano contro questo sistema con la
convinzione che la lotta è l'unica via percorribile per un'alternativa
vera a
questa società.
Partito Comunista dei Lavoratori Firenze
Iscriviti a:
Post (Atom)

